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La Biografia

Regno d'Italia > Monete Vittorio E. III

Vittorio Emanuele III (Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia; nacque a Napoli, 11 novembre 1869 – e morì ad Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947) fu re d'Italia (dal 1900 al 1946), imperatore d'Etiopia (dal 1936 al 1943) e re d'Albania (dal 1939 al 1943). Abdicò il 9 maggio 1946 e gli succedette il figlio Umberto II.
Figlio di Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia, ricevette alla nascita il titolo di principe di Napoli, nell'evidente intento di sottolineare l'unità nazionale, raggiunta da poco.
Il suo lungo regno (quarantasei anni) vide, oltre alle due guerre mondiali, l'introduzione del suffragio universale maschile (1912), delle prime importanti forme di protezione sociale, il declino e il crollo dello Stato liberale (1900-1922), la nascita e il crollo dello Stato fascista (1925-1943), la composizione della Questione romana (1929), il raggiungimento dei massimi confini territoriali dell'Italia unita, le maggiori conquiste in ambito coloniale (Libia ed Etiopia). Morì quasi due anni dopo la caduta del Regno d'Italia.
Figlio unico di cugini primi, crebbe in un ambiente familiare rigido e ricevette un'educazione militare: fu scelto come suo precettore il colonnello di Stato Maggiore Egidio Osio, che ne fece un monarca sul modello prussiano di re in arme. Vittorio Emanuele, cresciuto lontano dagli affetti della famiglia maturò col tempo un carattere schivo, ma insieme riflessivo e curioso. Ebbe educazione accurata, comprendente tra l'altro la frequenza della prestigiosa Scuola Militare Nunziatella di Napoli, che completò con lunghi viaggi all'estero. Elevato al rango regio, divenne solito frequentare le sedute d'inaugurazione dell'Accademia dei Lincei, così come di altre associazioni di stampo scientifico, alle quali si avvicinava, per i suoi interessi. Tra tutte le sue passioni, in ambito culturale, svettavano forse la numismatica e la geografia: la sua conoscenza in queste materie era riconosciuta ad alti livelli, anche fuori dal Regno (scrisse un trattato sulla monetazione italiana, il Corpus Nummorum Italicorum). In più occasioni Vittorio Emanuele venne chiamato, in virtù della sua profonda conoscenza in campo geografico, come mediatore nei trattati di pace.
L'alto livello di endogamia, che aveva caratterizzato i matrimoni contratti nelle ultime generazioni, cominciò a suscitare seri timori per la continuità della dinastia, nel caso di una rinnovata unione tra stretti consanguinei. Al fine di scongiurare un simile rischio, venne combinato il matrimonio tra il ventisettenne principe di Napoli e una principessa montenegrina, Elena, la cui famiglia era molto legata, per vincoli politici e familiari, alla Corte di San Pietroburgo. Allo stesso tempo, il matrimonio con un'esponente della più antica famiglia autoctona di principi balcanici, nonostante la relativa povertà e l'inferiorità del lignaggio, se comparato a quello sabaudo, rafforzava la politica italiana nelle regioni al di là dell'Adriatico. Il matrimonio, per nulla sfarzoso, fu celebrato al Quirinale con rito civile seguito da quello religioso cattolico nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri il 24 ottobre 1896. Per commemorare l'evento fu previsto un francobollo noto come "Nozze di Vittorio Emanuele III" che però non venne mai emesso e del quale esistono a tutt'oggi 100 esemplari in tutto. Al suo arrivo in Italia, il 19 ottobre 1896, Elena del Montenegro aveva abiurato all'ortodossia, sua fede d'origine, e professato il credo cattolico nella Basilica di San Nicola di Bari.
La coppia, felicissima dal lato affettivo, tardò ad avere figli. Dopo quattro anni, nacque la principessa Jolanda (1901), che nel 1923 sposò, non senza iniziali impedimenti per la disparità del matrimonio, il conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo. Dopo la nascita di Mafalda (1902), che sposò nel 1925 il langravio Filippo d'Assia, arrivò l'atteso erede maschio, Umberto (1904), principe di Piemonte, che nel 1930 sposò Maria José del Belgio. La quartogenita Giovanna (1907) sposò nel 1930 Boris III di Bulgaria e, infine, l'ultimogenita Maria (1914) sposò nel 1939 il principe Luigi di Borbone-Parma. L'ascesa al Trono e l'orientamento politico la notizia dell'assassinio a Monza del padre Umberto I, giunse a Vittorio Emanuele mentre si trovava in crociera nel Mediterraneo con la moglie Elena: il principe di Napoli considerava ancora remota l'ascesa al Trono, data l'età del padre, di appena cinquantasei anni.
Sbarcato rapidamente a Reggio Calabria, Vittorio Emanuele diede subito prova di fermezza di polso, defilando, il 2 agosto 1900, a pochi giorni dal regicidio, il suo primo discorso alla Nazione nel quale già dettagliava i capisaldi della sua visione politica. L'11 agosto giurò fedeltà allo Statuto, nell'aula del Senato, davanti al presidente Giuseppe Saracco e ai due rami del Parlamento, disposto alle sue spalle. Dal discorso, scritto di suo pugno, delineava una politica conciliante e parlamentarista:
« Monarchia e Parlamento procedono solidali in quest'opera salutare. »
Infine, la riconciliazione voluta dal Sovrano prese forma con il regio decreto 11 novembre 1900, n. 366, per il quale il Re concedeva l'amnistia per i reati di stampa e per i delitti contro la libertà di lavoro e condonava la metà delle pene irrogate per i moti del 1898. Nel 1901 venne emessa la prima serie di francobolli che inaugurò le lunghe emissioni filateliche del suo Regno. Tale serie, detta "Serie Floreale 1901" portava intrinsecamente la novità di usare il nuovo stile detto Liberty ma che negli anni a venire fu appunto italianizzato in Floreale.
La politica estera: tra Triplice Alleanza e nuove intese secondo la tradizione della propria Casa e nel rispetto delle prerogative statutarie, Vittorio Emanuele III esercitò una rilevante azione nel campo della politica estera e militare. Salutato da molti osservatori come "antitriplicista", egli, pur mantenendosi nel solco della Triplice, sostenne il ravvicinamento alle altre Potenze escluse dall'alleanza e contro le quali essa potenzialmente era stata costituita: la Russia, che ostacolava i disegni di espansione austriaci, e la Francia, di cui i tedeschi temevano il desiderio di rivincita. La normalizzazione dei rapporti con la Francia era cominciata qualche anno prima dell'ascesa al Trono di Vittorio Emanuele, con la firma delle tre convenzioni tra l'Italia e la Tunisia del 30 settembre 1896 e successivamente con l'accordo commerciale italo-francese del 21 novembre 1898, che poneva termine alla guerra doganale tra le due Potenze. Nel dicembre del 1900, con lo scambio di note Visconti Venosta-Barrère, il Governo italiano ottenne un primo riconoscimento francese del suo interesse per la Tripolitania-Cirenaica. L'accordo ebbe l'effetto di svuotare la Triplice Alleanza di una parte del suo contenuto, legato al contrasto italo-francese nel Mediterraneo.
L'accordo venne rinforzato nel luglio del 1902 dallo scambio di note Prinetti-Barrère, che impegnava le due Potenze a mantenersi neutrali nel caso di conflitto con altre Potenze. Il ravvicinamento italo-francese fu suggellato dalla visita a Parigi di Vittorio Emanuele, insignito della Legion d'Onore, al presidente Émile Loubet, nell'ottobre del 1903, ricambiata a Roma nel 1904.
La politica estera italiana disegnava così un sistema che avrebbe reso meno rigida la divisione tra "blocchi di Potenze", che avrebbero portato alla deflagrazione del conflitto mondiale: in questo contesto, si spiega il comportamento italiano alla Conferenza di Algeciras sul Marocco del 1906, in cui il rappresentante italiano, Visconti Venosta, fu istruito a non appoggiare la Germania di Guglielmo II.
Lo stabilimento di buoni rapporti con la Russia, di cui più evidente manifestazione di ravvicinamento era stato in età umbertina il matrimonio di Vittorio Emanuele con Elena di Montenegro, era il necessario corollario delle direttrici di politica estera nell'area balcanica, il cui status quo, che almeno formalmente la Triplice s'impegnava a mantenere, era minacciato dalla inarrestabile crisi dell'Impero ottomano, e dai confliggenti appetiti austriaci e russi, fra i quali l'Italia intendeva inserirsi, cercando di limitare i tentativi dell'alleato asburgico volti a mutare la situazione a proprio vantaggio, in violazione dell'articolo VIII del trattato.
L'Italia guardava ai Balcani quale potenziale area d'influenza per la propria economia. Di fronte alle mire espansionistiche della Serbia, Vittorio Emanuele si pose quale mediatore per la creazione di uno Stato cuscinetto che impedisse a Pietro I lo sbocco sull'Adriatico: l'Albania. Il comportamento austriaco, che nel 1908 aveva annesso senza preavviso la Bosnia-Erzegovina, suscitando forti proteste da parte serba e russa, oltre che italiana, portò il Governo italiano a stringere accordi con quello russo: il 24 ottobre 1909 venne firmato tra le due Potenze il trattato di Racconigi, che da parte russa poneva fine alla politica di accordi esclusivi con l'Austria sui Balcani, per i quali si prospettava l'attuazione del principio di nazionalità e un'azione diplomatica comune delle due Potenze in tal senso; inoltre, la Russia riconosceva l'interesse italiano per la Tripolitania-Cirenaica.
I tradizionali buoni rapporti con l'Inghilterra e la stima in ambito internazionale del Re d'Italia vennero confermati nella scelta di Vittorio Emanuele come arbitro per stabilire i confini tra Brasile e Guiana Britannica nel 1903-1904, e per i confini in Barotseland tra Portogallo e Gran Bretagna nel 1905. Anche Francia e Messico ricorsero nel 1909 all'arbitrato di Vittorio Emanuele III per definire il possesso dell'isola di Clipperton.
L'Istituto internazionale per l'agricoltura « Un Istituto siffatto, organo di solidarietà fra tutti gli agricoltori e perciò elemento poderoso di pace.»
Coerentemente con il proprio pensiero umanistico, nel 1905, accogliendo la proposta di David Lubin, Vittorio Emanuele III si fece personalmente promotore a livello internazionale della fondazione dell'Istituto Internazionale d'Agricoltura, evolutosi nel secondo dopoguerra nella FAO, con l'obiettivo di abbattere la piaga della fame mondiale.
L'Ente era finanziato prevalentemente attraverso i contributi degli Stati aderenti, che andavano da un minimo di 12.500 lire ad un massimo di 200.000 lire. Vittorio Emanuele III, che era abituato a sostenere con i propri averi le molte istituzioni scientifiche e caritative da lui patrocinate, partecipava con la somma annua di 300.000 lire, che si aggiungevano alla donazione della palazzina che doveva servire da sede all'Istituto « Conviene ora con prudente risolutezza proseguire sulla strada che la giustizia sociale consiglia in sollievo delle classi lavoratrici. Sono felici portati della civiltà nuova l'onorare il lavoro, il confortarlo di equi compensi e di preveggente tutela, l'innalzare le sorti degli obliati dalla fortuna. Se a ciò Governo e Parlamento provvedano, egualmente solleciti dei diritti di tutte le classi, faranno opera memoranda di giustizia e di pace sociale. »
L'operato di Vittorio Emanuele III in politica interna riguarda in primo luogo la realizzazione della pace sociale, attraverso una legislazione volta a superare "l'ardente contrasto fra capitale e lavoro". La pace sociale e la necessità di operare con equità tra le classi sociali sono, infatti, temi ricorrenti dei discorsi della Corona, normalmente redatti di proprio pugno dal Re. Nella visione politica del Sovrano, punto fondamentale per il raggiungimento della desiderata pace sociale era "conseguire una più elevata condizione intellettuale, morale ed economica delle classi popolari", in particolare assicurando un completo livello di istruzione a tutti i cittadini.
Le leggi promulgate tra 1900 e 1921 nell'ambito della legislazione sociale voluta da Vittorio Emanuele III riguardano: la tutela giuridica degli emigranti (1901), la tutela del lavoro delle donne e dei minori (1902), le misure contro la malaria e per la chinizzazione (1902), l'istituzione dell'Ufficio del lavoro (1902), l'edilizia popolare (1903), gl'infortuni sul lavoro (1904), l'obbligo del riposo settimanale (1907), l'istituzione della Cassa nazionale delle assicurazioni sociali (1907), la mutualità scolastica e l'istituzione della Cassa nazionale per la maternità (1910), l'assistenza a favore dei colpiti da disoccupazione involontaria (1917). Sempre nel 1917, fu istituita l'Opera Nazionale Combattenti.
Dato l'altissimo interesse di Vittorio Emanuele III per la questione sociale, molti contemporanei lo dipinsero come un "Re socialista". Sempre molto attento alle esigenze di progresso del Paese, che alla vigilia della Grande Guerra era divenuto la settima Potenza industriale al mondo, promosse la fondazione della Società italiana per il progresso delle scienze, eretta ad ente morale nel 1908. Contribuì finanziariamente alla fondazione a Milano della prima Clinica di medicina del lavoro d'Europa e di uno dei primi istituti per lo studio e la cura del cancro.
Il 14 marzo 1912 il muratore romano Antonio D'Alba, anarchico, sparò uno o due colpi di pistola contro di lui, mancandolo. Poche ore dopo il fallito attentato, Vittorio Emanuele ricevette la visita dei socialisti riformisti Ivano e Bonomi, Leonida Bissolati e Angiolo Cabrini, che si felicitarono con il Re; questo gesto diede poi il pretesto alla maggioranza del PSI di espellere i tre riformisti colpevoli di aver appoggiato il quarto governo Giolitti nella guerra contro la Turchia. I rapporti tra Stato e Chiesa in politica ecclesiastica, Vittorio Emanuele si mostrò restio ad aperture verso le pretese politiche della Chiesa cattolica: la firma, nel 1929, dei Patti Lateranensi è da imputarsi più all'iniziativa di Mussolini che al monarca, che avrebbe fatto cadere un precedente tentativo di Orlando nell'immediato primo dopoguerra. In questo primo periodo, pur nel massimo rispetto delle istituzioni ecclesiastiche e della fede della propria Casa e degli Italiani, il Re volle mantenere il sistema di separazione fra Stato e Chiesa, senza ricucire per via concordataria o pattizia i rapporti rotti con la Breccia di Porta Pia e con le campagne risorgimentali.
Vittorio Emanuele, in effetti, considerava la Questione Romana risolta con la Legge delle guarentigie, che assicuravano la piena autonomia al Pontefice, al quale venivano riconosciuti i diritti di legazione attiva e passiva e la cui persona veniva equiparata, per certi aspetti, specialmente di rilievo penale, a quella del Re.
Un alto livello di tensione nei rapporti tra Stato e Chiesa fu causato dalla visita del 1904 del presidente francese Émile Loubet a Vittorio Emanuele: la Santa Sede protestò per il fatto che un Capo di Stato cattolico in visita a Roma avesse reso omaggio al Re d'Italia prima che al Papa. L'incidente produsse in Francia il rafforzamento delle posizioni anticlericali e la rottura delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede.
La visita dello zar Nicola nell'ottobre 1909 portò, tra le altre cose, al riconoscimento dell'influenza italiana nell'Africa che si affaccia sul mar Mediterraneo e, nello specifico, nell'area libica. Da ciò, già si poteva scorgere l'inizio dell'impresa militare nella Tripolitania e nella Cirenaica, nel 1911: non tardò, per giovare a questo fine, la divisione delle sfere di influenza nel Mediterraneo africano tra Francia e Italia a seguito delle crisi marocchine, nelle quali Vittorio Emanuele si schierò a fianco di Parigi, riconoscendo, a sua volta, la priorità francese nell'area più occidentale del Sahara. L'iniziativa coloniale italiana era, tuttavia, già attiva sul continente africano. Già era occupata l'Eritrea, mentre la Somalia era colonia dal 1907, ma le loro posizioni, sul Corno d'Africa, le rendevano remote e, in ogni caso, la loro conformazione territoriale e la scarsa importanza sul piano strategico non davano lustro alla politica coloniale italiana. L'Italia era anzitutto Mediterraneo, e l'ultima terra ancora non posta sotto il dominio di una qualche potenza europea era, in effetti, proprio la Libia. Il governo italiano agì con cautela: la Cirenaica e la Tripolitania erano poste sotto il controllo dell'Impero ottomano, minato ormai da un cancro interno che lo rendeva un'entità ormai moribonda, ma in ogni caso, da non trascurare: la rivolta dei Giovani Turchi servì al mondo come trampolino di lancio per l'operazione militare. Il 29 settembre 1911, così, iniziò lo sbarco italiano in Libia, annessa, secondo decreto regio, già il 5 novembre, senza contare, comunque, la grande debolezza dell'occupazione, che risentiva di un esercito ancora arretrato e della resistenza attiva dei capi tribali delle aree interne. Non a caso, nell'occasione dell'imminente prima guerra mondiale, la Libia non tarderà ad ottenere, con l'esercito italiano tutto impiegato su altri fronti, un'autonomia praticamente completa. Nell'ambito della Guerra Italo-Turca, furono anche annesse, nel 1912, le isole greche del Dodecanneso. Con la pace di Losanna, del 18 ottobre 1912, l'Impero ottomano riconobbe all'Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica. La prima guerra mondiale « La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta. »
Nella prima guerra mondiale, Vittorio Emanuele III sostenne la posizione inizialmente neutrale dell'Italia. Molto meno favorevole del padre alla Triplice Alleanza (di cui l'Italia era parte con Germania ed Impero austro-ungarico) e ostile all'Austria, promosse la causa dell'irredentismo del Trentino e della Venezia Giulia. Le vantaggiose offerte dell'Intesa (formalizzate nel Patto di Londra, stipulato in segreto all'insaputa del parlamento) indussero Vittorio Emanuele ad appoggiare l'abbandono della triplice alleanza passando a combattere a fianco dell'Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia). Fin dall'inizio delle ostilità sul fronte italiano (24 maggio 1915) fu costantemente presente al fronte, meritandosi da allora il soprannome di «Re soldato». Durante le operazioni belliche affidò la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso, duca di Genova. Non si stabilì nella sede del quartier generale di Udine ma in un paese vicino, Torreano di Martignacco, presso Villa Linussa (da allora chiamata Villa Italia) con un piccolo seguito di ufficiali e gentiluomini. Ogni mattina, seguìto dagli aiutanti da campo, partiva in macchina per il fronte o a visitare le retrovie. La sera, quando ritornava, un ufficiale di Stato Maggiore veniva a ragguagliarlo sulla situazione militare. Il Re, dopo aver ascoltato, esprimeva i suoi pareri, senza mai scavalcare i compiti del Comando Supremo.
Soggiornò brevemente a Monteaperta (presso l'ospedale militare del Gran Monte, attuale Rifugio A.N.A. Montemaggiore-Monteaperta) durante i combattimenti vista la notevole importanza logistica di Monteaperta alle spalle del fronte. Dopo la rotta di Caporetto, il Re destituì Cadorna con il generale Armando Diaz e l'8 novembre 1917, al convegno di Peschiera, convinse i primi ministri alleati, specialmente il britannico Lloyd George, scettici della volontà dei politici italiani di resistere, della determinazione dello Stato Maggiore italiano di fermare l'avanzata nemica sul Piave, gettando così le basi della vittoria di Vittorio Veneto del novembre successivo.
La vittoria italiana portò all'annessione all'Italia del Tirolo meridionale (con Trento), della Venezia Giulia, di Zara e di alcune isole dalmate (tra le quali Lagosta). Dal primo dopoguerra al primo Governo Mussolini a causa della crisi economica e politica che seguì la guerra, l'Italia conobbe una serie di agitazioni sociali che i deboli governi liberali dell'epoca non furono in grado di controllare. Nel Paese si diffuse il timore di una rivoluzione comunista simile a quella in corso in Russia e nel contempo le classi possidenti temevano di essere travolte dalle idee socialiste; queste condizioni storiche portarono all'affermarsi di movimenti politici antidemocratici e illiberali.
Uno di questi erano i Fasci di combattimento, movimento costituito nel 1919 dall'ex direttore dell'Avanti Benito Mussolini. Al movimento erano collegate le squadre d'azione, che successivamente sarebbero state integrate nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Mussolini aveva chiaramente scelto di sovvertire l'ordine democratico. Il Re era consapevole di tale spinta eversiva del fascismo e dei suoi obiettivi finali. Nell'ottobre 1922 Mussolini, eletto da un anno deputato alla Camera, fece scattare il suo piano di occupazione del potere. Il 27 ottobre iniziarono i primi movimenti squadristici con l'occupazione, nell'Italia settentrionale, di prefetture e caserme. Vittorio Emanuele si precipitò a Roma e comunicò al primo ministro Luigi Facta la propria intenzione di decidere personalmente sulla crisi in atto. Alle sei del mattino del 28 ottobre Facta riunì il Consiglio dei ministri, che deliberò, su precise insistenze del generale Cittadini, primo aiutante di campo del Re, il ricorso allo stato d'assedio per bloccare la marcia su Roma. Ma quando alle 9 Facta si recò dal Re al Quirinale per la controfirma, ricevette il rifiuto del monarca a sottoscrivere l'atto. «Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare» .Questo improvviso mutamento d'indirizzo non è ancora stato chiarito dalla storiografia. Renzo De Felice, il maggiore storico del fascismo, abbozza un elenco di possibili motivi che potrebbero avere indotto il re ad evitare lo scontro col fascismo, cioè:
• la debolezza del governo Facta;
• i suoi timori per gli atteggiamenti filofascisti del Duca d'Aosta;
• le incertezze dei vertici militari.
Secondo Mauro Canali bisogna aggiungerne un altro, riconducibile alla personalità del re, cioè alla sua supposta pavidità che lo indusse a non sfidare sul terreno militare lo squadrismo fascista. "Le sue preoccupazioni - aggiunge Canali - erano assolutamente fuori luogo, dato lo squilibrio delle forze in campo". Infatti le forze dell'esercito di stanza a Roma erano molto superiori a quelle dei fascisti: 28 000 uomini contro qualche migliaio, ed equipaggiati alla meglio. Su questo dato concordano tutti gli storici, ma devono essere considerate le menzionate "incertezze" dei vertici militari, le pressioni della classe dirigente, la volontà di evitare il deterioramento della crisi interna.
In conseguenza della decisione del Re, Facta presentò le dimissioni, subito accolte dal Sovrano. Il 29 ottobre 1922, Vittorio Emanuele, consultatosi con i massimi esponenti della classe dirigente politica liberale (Giolitti, Salandra) e militare italiana (Diaz, Thaon di Revel), dopo la bocciatura da parte mussoliniana di un possibile gabinetto Salandra-Mussolini, con l'intento di far rientrare il movimento fascista nell'alveo costituzionale parlamentare e di favorire la pacificazione sociale, affidò al capo del fascismo Benito Mussolini, deputato dal 1921, l'incarico di formare un nuovo governo. Mussolini, che si indirizzò al Parlamento con tono minaccioso ("Avrei potuto fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli..."), ricevette una larga fiducia dal Parlamento, ottenendo alla Camera 316 voti a favore, 116 contrari e 7 astenuti. Ricordiamo i voti favorevoli di Giovanni Giolitti, di Benedetto Croce, in seguito il massimo rappresentante dell'antifascismo liberale e di Alcide De Gasperi, poi padre della repubblica italiana, mentre Francesco Saverio Nitti lasciò l'aula in segno di protesta. Il Governo, composto da quattordici ministri e sedici ministeri, con Mussolini capo del Governo e ministro ad interim di Esteri e Interni, era formato da nazionalisti, liberali e popolari, tra i quali il futuro presidente della repubblica Giovanni Gronchi, sottosegretario all'Industria.
Secondo De Felice, "senza il compromesso con la monarchia è molto improbabile che il fascismo sarebbe mai potuto arrivare veramente al potere", tuttavia, la composizione del Governo e l'amplissima fiducia parlamentare testimoniano l'incapacità della classe dirigente liberale e popolare di trovare un'alternativa valida alla nomina di Mussolini.
Lo Stato fascista (1925-1943). Nell'aprile del 1924 vennero indette nuove elezioni, svoltesi tra gravi irregolarità. Il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato queste irregolarità, venne rapito il 10 giugno 1924 e trovato morto il 16 agosto dello stesso anno. Il fatto scosse il mondo politico e aprì un semestre di forte crisi interna, risolto infine il 3 gennaio 1925 quando Mussolini, rafforzato sul piano internazionale dal recente incontro con Chamberlain, rivendicò la responsabilità non materiale dell'accaduto, indicando al parlamento la procedura di messa in stato d'accusa conformemente all'articolo 47 del Regio Statuto. La Camera, dove l'opposizione era frantumata nelle molteplici correnti e incapace di accordarsi su strategie condivise, non procedette e Mussolini diede inizio, per via parlamentare, alla trasformazione in senso autoritario e poi totalitario dello Stato. Il Re, che fino ad allora aveva conservato il controllo dell'esercito, non si oppose. Del resto, il Parlamento, dove alla Camera per soli sette seggi gli iscritti al P.N.F. erano la maggioranza assoluta, indebolito dalla secessione dell'Aventino, non aveva fornito alcun pretesto giuridico per chiedere le dimissioni di Mussolini né elaborato una credibile compagine di governo alternativa. Né la scelta extraparlamentare dell'opposizione era riuscita a mobilitare le masse. Il Re restò quindi in attesa di un'iniziativa parlamentare nel rispetto delle regole istituzionali. Quando il senatore Campello presentò a Vittorio Emanuele le prove della responsabilità del presidente del Consiglio dei ministri nel delitto Matteotti, il Re avrebbe risposto: «Sono cieco e sordo. I miei occhi e le mie orecchie sono la Camera e il Senato». Francesco Saverio Nitti, durante il suo esilio dovuto alle intimidazioni fasciste, inviò una lettera al monarca in cui gli rivolse accuse di ignavia connivenza con Mussolini e lo esortò a prendere provvedimenti contro il regime. Il 27 dicembre iniziò ad essere pubblicato su Il Mondo e poi su altri giornali il memoriale dello squadrista Cesare Rossi, nel quale Mussolini veniva documentatamente indicato come mandante di un gran numero di atti di violenza politica prima del delitto Matteotti ed, almeno implicitamente, anche di quest' ultimo. Ma nemmeno queste rivelazioni portarono il Re a dimettere Mussolini il quale secondo la procedura avrebbe prima dovuto essere messo dal Parlamento in stato d'accusa. D'altronde grazie alla legge elettorale Acerbo ed ai brogli denunciati da Matteotti, i fascisti avevano, sia pur di sette seggi, la maggioranza parlamentare assoluta. Il mancato ricorso all'articolo 47 non testimoniava, quindi, l'innocenza di Mussolini ma piuttosto il suo controllo sul Parlamento stesso. Nei giorni successivi (gennaio 1925) furono chiusi 35 circoli politici di opposizione, sciolte 25 organizzazioni definite "sovversive", arrestati 111 oppositori ed eseguite 655 perquisizioni domiciliari. Nel novembre 1925 il Re firmò le cosiddette Leggi Fascistissime con cui furono sciolti tutti i partiti politici (tranne il P.N.F.) e instaurata la censura sulla stampa. Con la legge del 24/12/1925 venne modificato lo Statuto Albertino, attribuendo al Capo del Governo, responsabile solo di fronte al Re, la nomina e revoca dei ministri; nel 1926 il Re autorizzò la nascita del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che sottraeva alla magistratura ordinaria tutti i reati politici, e la formazione della polizia politica segreta (O.V.R.A.). Venne istituito il confino di polizia per gli oppositori. I successivi rapporti con Mussolini furono caratterizzati da burrascose scenate private, nelle quali il Re difendeva le proprie prerogative, preoccupato di salvaguardare una legalità formale e rigorosi silenzi pubblici. Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane in Eritrea e Somalia invasero l'Etiopia e, dopo probabili crimini di guerra, come l'uso di gas asfissianti (gli inglesi fornirono gli eritrei di pallottole esplosive altrettanto proibite), entrarono in Addis Abeba il 5 maggio 1936. Il 9 maggio fu proclamato l'impero d'Etiopia, di cui Vittorio Emanuele III assunse il titolo imperiale, e venne costituita l'Africa Orientale Italiana. La conquista dell'Etiopia e del titolo imperiale furono progressivamente riconosciuti dalla maggior parte dei membri della comunità internazionale, tra cui l'Inghilterra e la Francia, con l'eccezione di Stati Uniti e Russia, nonostante l'imperatore etiopico in esilio Hailé Selassié avesse denunciato presso la Società delle Nazioni le gravi violazioni della Convenzione di Ginevra perpetrate dalle truppe italiane (luglio 1936).
Nel 1938, all'apice del consenso popolare del regime, che aveva ottenuto la firma del Manifesto della razza da parte di grandi esponenti della cultura italiana tra cui il futuro padre costituente Amintore Fanfani, il Re firmò le leggi razziali del governo fascista, che introdussero discriminazioni nei confronti degli Ebrei. Di formazione liberale, Vittorio Emanuele avversò sinceramente, sia pur non pubblicamente, queste disposizioni che cancellavano uno dei più notevoli apporti di Casa Savoia al Risorgimento Italiano, il principio di non discriminazione e di parità di trattamento dei sudditi indipendentemente dal culto professato stabilito nel 1848. In effetti, l'attuazione delle leggi razziali fu alla base di un ulteriore inasprimento dei rapporti tra la Corona e il Duce, sempre più stanco degli ostacoli frapposti dalla prima (rimasta l'unico serio freno-opposizione insieme alla Chiesa cattolica) e intenzionato a cogliere il momento opportuno per instaurare un regime repubblicano.
Nell'aprile del 1939 venne conquistata l'Albania, della quale Vittorio Emanuele III, pur scettico sull'opportunità dell'impresa, fu proclamato re. I rapporti con il Fascismo « C'è voluta la mia pazienza, con questa Monarchia rimorchiata. Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il regime. Aspetto ancora perché il Re ha 70 anni e spero che la natura mi aiuti, e quando alla firma del Re, si sostituirà quella meno rispettabile del principe potremo agire.»
I rapporti tra Vittorio Emanuele III e Mussolini non andarono mai aldilà dei rapporti formali tra capo di Stato e capo del Governo. Il Re, di formazione liberale, durante tutto il periodo fascista non mancò di ricordare positivamente a Mussolini e ai suoi collaboratori l'esperienza dello Stato liberale. Vittorio Emanuele non celò le sue idee profondamente anti-tedesche in generale, e anti-naziste in particolare, idee che si rafforzarono durante la visita di Stato di Hitler a Roma nel maggio 1938. D'altra parte l'ostilità tra Hitler e Vittorio Emanuele III era reciproca e più volte il dittatore tedesco e i suoi collaboratori suggerirono a Mussolini di sbarazzarsi della Monarchia. Il duce del Fascismo già da tempo meditava l'abolizione dell'istituto monarchico, in modo da ritagliarsi maggiore spazio d'azione, ma rinviò più volte la decisione a causa dell'ampio sostegno popolare alla monarchia.
Il Re si mostrò particolarmente ostile alle innovazioni istituzionali del regime, all'introduzione di nuove onorificenze e cerimonie che contribuivano a rafforzare il peso del capo del Governo, ai progetti di "modifica dei costumi italiani", come l'introduzione del saluto fascista, la questione del lei e, maggiormente, la questione razziale. Questa opposizione, sia pur non espressa pubblicamente, esasperò le relazioni con Mussolini e gli ambienti più radicali del partito fascista, fedeli al programma originario del partito e sostenitori della scelta repubblicana del regime.
Il 28 dicembre 1939, l'incontro di Vittorio Emanuele III e papa Pio XII, la prima di un pontefice al Quirinale dopo la presa di Roma, fu letto come un tentativo in favore della pace in Europa.
A seguito dell'avvicinamento tra Italia fascista e Germania nazista, simboleggiato dalla nascita dell'Asse Roma-Berlino dell'ottobre 1936 e della firma del Patto d'Acciaio del 22 maggio 1939, il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, schierandosi a fianco dei tedeschi nella seconda guerra mondiale. Il Re aveva inizialmente espresso il proprio parere contrario alla guerra sia perché conscio dell'impreparazione militare italiana, sia perché da sempre filo-britannico e avverso alle politiche della Germania nazista. Nei mesi precedenti, Vittorio Emanuele III, tramite il ministro della Real Casa Acquarone, aveva messo in atto un tentativo di rovesciare Mussolini; la legalità formale sarebbe stata salvaguardata ottenendo un voto di sfiducia dal Gran Consiglio del Fascismo e Ciano, che rifiutò, sarebbe stato chiamato a guidare il nuovo governo. Lo schema sarebbe stato ripreso tre anni dopo a guerra ormai persa. Dopo qualche effimero successo in Egitto e nell'Africa orientale, i disastri che sopravvennero fra l'autunno 1940 e la primavera 1941 (fallito attacco alla Grecia, sconfitte navali di Taranto e Capo Matapan, perdita di gran parte dei territori italiani in Libia, perdita totale dei possedimenti in Africa orientale) rivelarono la debolezza delle forze italiane, che dovettero essere tratte d'impaccio dall'alleato tedesco sia nei Balcani (primavera 1941) che in Africa settentrionale. Vittorio Emanuele, sfuggito ad un attentato durante una visita in Albania nel 1941, osservò con sempre maggior preoccupazione l'evolversi della situazione militare ed il progressivo asservimento delle forze italiane agli interessi tedeschi, cui egli era inviso. La sconfitta nella seconda battaglia di El Alamein del 4 novembre 1942 portò nel giro di pochi mesi all'abbandono totale dell'Africa e poi all'invasione alleata della Sicilia (Operazione Husky, iniziata il 9 luglio 1943) e all'inizio di sistematici bombardamenti alleati sulle città italiane.
Queste nuove sconfitte spinsero il Gran Consiglio del Fascismo a votare contro il supporto alla politica di Mussolini (25 luglio 1943). Lo stesso giorno, Vittorio Emanuele dimissionò Mussolini, che, posto sotto custodia, riconobbe la sua lealtà al Re e al nuovo governo Badoglio. Già da giugno Vittorio Emanuele aveva intensificato i suoi contatti con esponenti dell'antifascismo, direttamente o mediante il ministro della Real Casa d'Acquarone. Il 22 luglio, all'indomani del vertice di Feltre tra Mussolini e Hitler e dopo il primo bombardamento di Roma, il sovrano aveva discusso con Mussolini della necessità di uscire dal conflitto lasciando soli i tedeschi e dell'evenienza di un avvicendamento alla presidenza del Consiglio. Il nuovo Governo Badoglio ereditò il gravoso compito di elaborare una strategia di uscita dal conflitto e di garantire l'ordine pubblico all'interno del Paese. Le condizioni interne non rendevano realmente possibile la continuazione della guerra a fianco dell'alleato tedesco: urgeva quindi siglare un armistizio con le Nazioni Unite ed evitare che l'esercito tedesco, che a seguito degli accordi presi con il precedente Governo stava rafforzando la sua presenza nella Penisola, riversasse la sua potenza contro le truppe e la popolazione italiana. Il Governo annunciò quindi la continuazione della guerra, ma intavolò negoziati con gli Alleati.
Il 3 settembre fu firmato a Cassibile l'armistizio con gli Alleati, che lo resero noto l'8 settembre contrariamente a quanto calcolato dal Governo Badoglio.
In effetti, l'annuncio dell'armistizio l'8 settembre colse di sorpresa il Re che aveva convocato al Quirinale Badoglio, il ministro Guariglia, i generali Ambrosio, Roatta, Carboni, Sandalli e Zanussi, l'ammiraglio De Courten, il maggiore Marchesi, il duca Acquarone e Puntoni, aiutante di campo del Re. Alla riunione Carboni e De Courten proposero di sconfessare l'armistizio e conseguentemente l'operato di Badoglio e di continuare la guerra a fianco dei tedeschi. La proposta, appoggiata inizialmente dalla maggioranza dei convenuti, dopo essere stata definita irrealistica da Marchesi, venne respinta da Vittorio Emanuele e Badoglio comunicò l'armistizio ormai reso pubblico dagli Alleati.
L'esercito, lasciato senza un chiaro piano d'azione in risposta ad un'offensiva dell'ex alleato tedesco, si trovò disorientato ad affrontare i colpi delle numerose unità tedesche che erano state inviate in Italia all'indomani della caduta di Mussolini. In effetti, Badoglio, che riteneva che ai tedeschi, come avrebbe voluto Rommel, sarebbe convenuto ritirarsi dall'Italia, comunicò che le truppe italiane non dovessero prendere l'iniziativa di attacchi contro l'ex alleato, ma limitarsi a rispondere.
La notte tra l'8 e il 9 settembre il Re, dopo un'iniziale esitazione e convinto da Badoglio della necessità che non cadesse nelle mani tedesche, fuggì da Roma alla volta di Brindisi, città libera dal controllo tedesco e non occupata dagli anglo-americani, imbarcandosi ad Ortona sulla Corvetta "Baionetta". Alla difesa di Roma, dichiarata città aperta, il Re lasciò il genero, il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, comandante del Corpo d'armata della città. Tuttavia, il maresciallo Badoglio, che probabilmente credeva ancora di poter raggiungere un qualche accordo con la Germania, non diede l'ordine di applicare il piano militare ("Memoria 44") elaborato dall'Alto comando per affrontare un eventuale cambio di fronte. Seguirono dure rappresaglie tedesche contro l'esercito italiano; la più nota è l'eccidio di Cefalonia. Il 12 settembre 1943 i tedeschi liberarono Mussolini, che il 25 settembre successivo proclamò la nascita della Repubblica Sociale Italiana a Salò, dividendo anche di fatto in due parti l'Italia. Questa situazione terminò il 25 aprile 1945, quando un'offensiva alleata e del ricostituito Regio Esercito insieme all'insurrezione generale proclamata dal CLN portarono le truppe dell'Asse alla resa.
Il trasferimento del Re e dei ministri militari a Brindisi garantiva la continuità formale dello Stato soprattutto agli occhi degli Alleati, ma le modalità improvvise e segrete con cui il Capo dello Stato si metteva in salvo lasciando la Capitale indifesa nelle mani dei tedeschi e migliaia di soldati dislocati su immensi fronti di guerra furono percepite largamente come una 'fuga', termine che tuttora viene usato antonomasticamente per indicare tale trasferimento. In questo modo gli Alleati vedevano garantita la validità dell'armistizio mentre la presenza di un governo legittimo evitava all'Italia l'instaurazione di un duro regime di occupazione, almeno nelle zone meridionali. A Brindisi venne fissata la sede del governo. Assicuratosi il riconoscimento anglo-americano, Vittorio Emanuele dichiarò formalmente guerra alla Germania il 13 ottobre, e gli Alleati accordarono all'Italia lo status di «nazione cobelligerante». Nel frattempo si procedette alla riorganizzazione dell'esercito. Il Re dovette affrontare la fronda dei ricostituiti partiti politici, allora ancora dei comitati di notabili, in particolare di quelli riuniti nel CLN di Roma presieduto da Bonomi. Anche da parte di notabili rimasti leali alla Corona, tra cui Benedetto Croce in un acceso discorso al Congresso di Bari, furono sollevate richieste di abdicazione del sovrano. Ma Vittorio Emanuele non cedette neppure dinanzi alle forti pressioni esercitate dagli Alleati, intendendo così difendere il principio monarchico e dinastico che lui stesso rappresentava e, al contempo, tentando di riaffermare almeno formalmente l'indipendenza dello Stato dalle ingerenze esterne, sebbene vada notato che diverse clausole del cosiddetto "armistizio lungo", di carattere essenzialmente politico, facevano gravare una pesantissima ipoteca sull'indipendenza dello Stato al cospetto delle Nazioni Unite che lo avevano costretto ad una resa senza condizioni. Il 12 aprile 1944 un radiomessaggio diffondeva infine la decisione del Re di nominare Umberto luogotenente a liberazione di Roma avvenuta. La soluzione della Luogotenenza, istituto cui già Casa Savoia era ricorsa più volte in passato, venne caldeggiata dal monarchico Enrico De Nicola in un suo incontro con il sovrano. Il 5 giugno 1944 affidò al figlio Umberto la Luogotenenza del Regno, senza però abdicare.
Vittorio Emanuele, in un estremo ma tardivo tentativo di salvare la monarchia, abdicò a Napoli in favore del figlio Umberto II di Savoia il 9 maggio 1946, circa un mese prima del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. L'autenticazione della firma del re, anziché dal Presidente del Consiglio, fu fatta da un notaio. Morì ad Alessandria d'Egitto dove, con il titolo di «Conte di Pollenzo», si era ritirato in esilio prima della consultazione referendaria, il 28 dicembre 1947, il giorno dopo la firma della Costituzione italiana che con la XIII disposizione finale avrebbe visto lo Stato avocare a sé i beni in Italia degli ex re di Casa Savoia e delle loro consorti. La morte di Vittorio Emanuele III in una casetta della campagna egiziana, limitò ogni avocazione al solo Umberto II. Il re d'Egitto Faruq tributò funerali di Stato e oggi la salma di Vittorio Emanuele III riposa nella Cattedrale di Alessandria d'Egitto.
Fu studioso di numismatica e grande collezionista di monete, pubblicò il Corpus Nummorum Italicorum (1909 - 1943), opera in 20 volumi dove sono classificate e descritte le monete italiane. Lasciò l'opera, incompiuta, in dono allo Stato italiano. Volle una monetazione circolante ricca e varia, dando così vita a una vera e propria collezione tra le più belle e seguite. Fece coniare inoltre molte monete in numero limitato esclusivamente per i numismatici. Alla partenza per l'Egitto il 9 maggio 1946, il Re scrisse al presidente del consiglio Alcide De Gasperi: «Signor presidente, lascio al popolo italiano la collezione di monete che è stata la più grande passione della mia vita.» Tale collezione è oggi parzialmente esposta nel piano seminterrato di Palazzo Massimo alle terme a Roma.
Epiteti Nel suo lungo regno, Vittorio Emanuele III ricevette dalla stampa, da eminenti uomini di cultura o da politici, alcuni epiteti passati alla storia. Gli epiteti celebrativi sono legati alla Grande guerra, alla sua assidua presenza al fronte, e alla sua "alta guida" delle operazioni belliche che portarono il Regno alla vittoria sul tradizionale nemico dell'Unità italiana: "Re soldato", "Re di Peschiera", "Re della Vittoria", o semplicemente "Re Vittorioso".
Di riflesso alla sua politica improntata a idee di pace e protezione sociale, fu dipinto come il "Re socialista", e, similmente, per il suo appoggio a Giolitti fu noto come il "Re borghese".
I difetti fisici furono all'origine di altri nomignoli ideati negli ambienti antimonarchici o frutto di trovate goliardiche. Il Re venne soprannominato "Sciaboletta" a causa della bassa statura (1,53 m), che avrebbe reso necessaria la forgiatura di una sciabola particolarmente corta, ad evitare che strisciasse sul terreno. Sempre con riferimento alla statura, fu chiamato "Re Tappo". Mussolini lo definì il "Re bloccardo". Similmente, il Duca d'Aosta, riferendosi a Vittorio Emanuele e alla regina Elena (di origine montenegrina), li definì "Curtatone e Montanara", guadagnandosi l'allontanamento da Corte e una missione in Africa.

Umberto I Re d'Italia

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