Numiscollection

Cerca

Vai ai contenuti

Menu principale:


La Biografia

Regno d'Italia > Monete Vittorio E. II

Vittorio Emanuele II di Savoia (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia; nacque a Torino, 14 marzo 1820 – e morì a Roma, 9 gennaio 1878) è stato l'ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo re d'Italia (dal 1861 al 1878). Egli, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, portò infatti a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come "Padre della Patria", nell'iscrizione che compare nel monumento nazionale che da lui prende il nome di Vittoriano, sito a Roma, in Piazza Venezia. Vittorio Emanuele era il primogenito di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, re di Sardegna, e di Maria Teresa d'Asburgo-Toscana.
Nacque a Torino nel palazzo della famiglia paterna e trascorse i primi anni di vita a Firenze. Il padre era uno dei pochi membri maschi di Casa Savoia, seppur del ramo cadetto. Dopo la morte del re di Sardegna e di suo fratello, Carlo Alberto sarebbe divenuto il legittimo re. Tuttavia, in seguito ai moti del 1821, che portarono all'abdicazione di Vittorio Emanuele I, Carlo Alberto fu costretto a trasferirsi con la sua famiglia a Novara, dato il suo coinvolgimento nei disordini. Il nuovo re Carlo Felice, che non amò mai Carlo Alberto, gli fece però ben presto pervenire un ordine, in cui gli ingiungeva di trasferirsi in Toscana, completamente fuori dal regno.
Avvenne così la partenza per Firenze, capitale del granducato retto dal nonno materno di Vittorio, Ferdinando III di Toscana. Nel capoluogo toscano venne affidato al precettore Giuseppe Dabormida, che educò i figli di Carlo Alberto ad una disciplina militaresca. In ragione della grande differenza somatica con il padre, già visibile in tenera età, cominciarono a circolare voci sul fatto che Vittorio Emanuele non fosse figlio della coppia reale, ma si trattasse di un bimbo d'origine popolana, preso per sostituire il vero figlio di Carlo Alberto, morto ancora in fasce a causa di un incendio nella residenza del nonno. In effetti, è difficile credere che il primo Re d'Italia, di bassa statura, tracagnotto e sanguigno, abbia qualche riscontro genetico nella figura magra e longilinea ( 2,04 m) del padre, invece replicata nel fratello Ferdinando. Alcuni storici moderni hanno dato particolare credito a questa ipotesi, negata per oltre un secolo, basando le loro deduzioni, oltre che sulle evidenti disparità somatiche, anche sull'analisi del reticente verbale, redatto dal caporale Galluzzo per rendere rapporto ai superiori, circa l'incendio sviluppatosi nella stanza del palazzo fiorentino, ove si trovava il neonato Vittorio Emanuele con la nutrice. Gli analisti rilevano come sia poco credibile che un incendio abbia potuto uccidere la nutrice, lasciando illeso l'infante. Quanto al presunto vero padre di Vittorio Emanuele, già nell'800, circolava il nome di tale "Tanaca", un macellaio della campagna toscana che aveva denunciato in quegli stessi giorni la scomparsa di un suo figlio nato in quegli stessi giorni e che in seguito sarebbe divenuto improvvisamente ricco. Altri sostennero che l'autore della sostituzione sarebbe stato un certo Mazzucca, anche lui macellaio che aveva la sua bottega nei pressi di Porta Romana. Altri storici nel riferire questi eventi esprimono dubbi sulla loro autenticità o li confinano nell'ambito del pettegolezzo. In ogni caso, i genitori del bambino erano ancora molto giovani e avrebbero potuto avere un altro figlio maschio (come del resto avvenne) qualora il primogenito fosse effettivamente morto in un incidente. Quando, nel 1831, il padre Carlo Alberto fu chiamato a succedere a Carlo Felice di Savoia, Vittorio Emanuele lo seguì a Torino, dove fu affidato al conte Cesare di Saluzzo, affiancato da uno stuolo di precettori, tra cui il generale Ettore De Sonnaz, il teologo Andrea Charvaz, lo storico Lorenzo Isnardi ed il giurista Giuseppe Manno. Gli sforzi dei dotti precettori ebbero, però, scarso effetto sulla refrattarietà agli studi di Vittorio Emanuele che, di gran lunga, preferiva dedicarsi ai cavalli, alla caccia ed alla sciabola, oltre che all'escursionismo in montagna (il 27 luglio 1838 Vittorio Emanuele salì in vetta al Rocciamelone), rifuggendo la grammatica, la matematica, la storia e qualunque altra materia che richiedesse lo studio o anche la semplice lettura.
Ottenuto il grado di generale, sposò la cugina Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena nel 1842. Ebbe inoltre un'intensa relazione con Laura Bon dalla quale ebbe una figlia, Emanuela (1853) che fu creata dallo stesso Re contessa di Roverbella. Carlo Alberto, acclamato come sovrano riformatore, concessa la costituzione il 4 marzo 1848 e dichiarata guerra all'Austria, apriva intanto il lungo periodo noto come Risorgimento Italiano entrando in Lombardia con truppe piemontesi e italiane accorse in suo aiuto. Gli esiti della prima guerra di indipendenza andarono però assai male per il Regno di Sardegna, abbandonato dai sostenitori: sconfitto il 25 luglio a Custoza e il 4 agosto a Milano negoziò un primo armistizio il 9 agosto. Riprese le ostilità il 20 marzo 1849, il 23 marzo, dopo una violenta battaglia nella zona presso la Bicocca, Carlo Alberto inviò il generale Luigi Fecia di Cossato per trattare la resa con l'Austria. Le condizioni furono durissime e prevedevano la presenza di una guarnigione austriaca nelle piazzeforti di Alessandria e di Novara. Carlo Alberto, al cospetto di Wojciech Chrzanowski, Carlo Emanuele La Marmora, Alessandro La Marmora, Luigi Cadorna, di Vittorio Emanuele e del figlio Ferdinando di Savoia-Genova, firmò la sua abdicazione e, con un falso passaporto, riparò a Nizza, da dove partì per l'esilio in Portogallo.
La notte stessa, poco prima della mezzanotte, Vittorio Emanuele II si recò presso una cascina di Vignale, dove l'attendeva il generale Radetzky, per nuovamente trattare la resa con gli austriaci, ovvero per la sua prima azione da sovrano. Ottenuta una attenuazione delle condizioni contenute nell'armistizio, (il Radetzky non voleva spingere il giovane sovrano nelle braccia dei democratici), Vittorio Emanuele II diede però assicurazione di voler agire con la massima determinazione contro il partito democratico, al quale il padre aveva consentito tanta libertà e che l'aveva condotto verso la guerra d'indipendenza contro l'Austria, sconfessando pienamente l'operato del padre. Ma si sarebbe rifiutato di revocare la costituzione (Statuto), malgrado le pressioni dell'Austria, unico sovrano in tutta la Penisola a conservarla. Dopo la sconfitta di Custoza e l'abdicazione di Carlo Alberto gli storici piemontesi cominciarono a costruire la leggenda di Vittorio Emanuele II, re galantuomo, che animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali si oppose fieramente alle richieste di Radetzky di abolire lo statuto albertino. In vero fu invece proprio il generale austriaco che attenuò le clausole del trattato per non mettere in difficoltà il giovane re e mantenendo formalmente in vita lo Statuto dargli anzi la possibilità di opporsi alle richieste radicali dei democratici ancora presenti nel Parlamento subalpino, quelli che a tutti i costi avevano voluto e ottenuto da Carlo Alberto la ripresa della guerra dopo la sconfitta della prima battaglia di Custoza. In questo modo Vittorio Emanuele avrebbe potuto condurre una politica moderata e conservatrice nell'ambito del rispetto formale dello Statuto. Il giovane re si dichiarò infatti amico degli austriaci e rimproverando al padre la debolezza di non aver saputo opporsi ai democratici prometteva una dura politica nei loro confronti con l'abolizione dello statuto. « La verità pertanto è che Vittorio Emanuele non salvò patriotticamente la costituzione, ma al contrario disse di voler diventare amico degli Austriaci e ristabilire a un maggior grado il potere monarchico.» Questa nuova versione della figura del sovrano è emersa con la scoperta e la pubblicazione di documenti diplomatici austriaci su i colloqui tenutosi a Vignale dai quali emerge quanto il generale Radetzky il 26 marzo scriveva al governo di Vienna:
« Il re ebbe ieri l'altro un personale colloquio con me agli avamposti, nel quale dichiarò apertamente la sua ferma volontà di voler da parte sua dominare il partito democratico rivoluzionario, al quale suo padre aveva lasciato briglia sciolta, così che aveva minacciato lui stesso e il suo trono; e che per questo gli occorreva soltanto un po' più di tempo, e specialmente di non venir screditato all'inizio del suo regno. Questi motivi sono tanto veri che io non potei metterli in dubbio, perciò cedetti e credo di aver fatto bene, perché senza la fiducia del nuovo re e la tutela della sua dignità nessuna situazione nel Piemonte può offrirci una garanzia qualsiasi di tranquillità del paese per il prossimo avvenire.»
Questa rappresentazione del re galantuomo come illiberale è confermata in quanto riportato in una lettera privata al nunzio apostolico del novembre del 1849 dove il re dichiara di « non vedere alcuna utilità nel governo costituzionale, anzi di non attendere altro che il momento opportuno per disfarsene »
Charles Adrien His De Butenval, plenipotenziario francese a Torino scrisse il 16 ottobre 1852 a Parigi che Vittorio Emanuele è un reazionario che si serve dello Statuto per mantenere come sostenitori e alleati di sè e della sua dinastia gli inquieti emigrati italiani e i liberali rifugiatisi a Torino dopo i fatti del 1848-49 dei quali egli si atteggia a protettore perché gli verranno utili per giustificare una futura guerra regia di conquista.
Gli incontri ufficiali tra Vittorio Emanuele e il feldmaresciallo Josef Radetzky si tennero dalla mattina al pomeriggio del 24 marzo, sempre a Vignale e l'accordo venne siglato il 26 marzo a Borgomanero. Vittorio Emanuele prometteva di sciogliere i corpi volontari dell'esercito e cedeva agli austriaci la fortezza di Alessandria ed il controllo dei territori compresi tra il Po, il Sesia e il Ticino, oltre a rifondere i danni di guerra con l'astronomica cifra di 75 milioni di franchi francesi. Questi gli accordi dell'armistizio che, in ossequio all'articolo 5 dello Statuto Albertino, dovevano essere ratificati dalla Camera, al fine di poter siglare l'Atto di Pace. Il 29 marzo 1849 il nuovo Re si presentò davanti al Parlamento per pronunciare il giuramento di fedeltà e, il giorno dopo, lo sciolse indicendo le nuove elezioni.
I 30.000 elettori che si recarono alle urne il 15 luglio espressero un parlamento troppo "democratico" che si rifiutò di approvare la pace che il Re aveva già firmato con l'Austria. Vittorio Emanuele, dopo aver promulgato il proclama di Moncalieri, con cui si invitava il popolo a scegliere rappresentanti consci della tragica ora dello Stato, sciolse nuovamente il parlamento, per fare in modo che i nuovi eletti fossero di idee pragmatiche. Il nuovo Parlamento risultò composto per due terzi da moderati favorevoli al governo di Massimo d'Azeglio. Il 9 gennaio 1850 il trattato di pace con l'Austria venne, infine, ratificato.
All'indomani dell'armistizio di Vignale, la città di Genova si sollevò contro la monarchia sabauda e il governo, forse anche spinta da antichi umori repubblicani e indipendentisti, riuscendo a cacciare dalla città l'intera guarnigione regia. Alcuni soldati furono linciati dai rivoltosi.
Vittorio Emanuele II, in accordo col governo, inviò subito un corpo di bersaglieri, appoggiati da numerosi pezzi d'artiglieria e guidati dal generale Alfonso La Marmora; in pochi giorni la rivolta fu sedata. Il pesante bombardamento e le successive azioni di saccheggio e stupro perpetrate da militari portarono alla sottomissione del capoluogo ligure, al prezzo di 500 morti tra la popolazione.
Compiaciuto per la repressione operata, Vittorio Emanuele scrisse una lettera d'elogio al La Marmora (aprile 1849), definendo i rivoltosi "vile et infecte race de canailles" (vile e infetta razza di canaglie) e invitandolo, comunque, a garantire una maggiore disciplina da parte dei soldati. Già candidatosi al parlamento nell'aprile 1848, Cavour vi entrò in giugno dello stesso anno, mantenendo una linea politica indipendente, cosa che non lo escluse da critiche ma che lo mantenne in una situazione di anonimato fino alla proclamazione delle leggi Siccardi, che prevedevano l'abolizione di alcuni privilegi relativi alla Chiesa, già abrogati in molti stati europei. L'attiva partecipazione del Cavour alla discussione sulle leggi ne valse l'interesse pubblico, e alla morte di Santorre di Santarosa, egli divenne nuovo ministro dell'agricoltura, cui si aggiunse la carica, dal 1851, di ministro delle finanze del governo d'Azeglio. Promotore del cosiddetto connubio, Cavour divenne il 4 novembre 1852 primo ministro del Regno, nonostante l'avversione che Vittorio Emanuele II nutriva nei suoi confronti. Nonostante l'indiscusso connubio politico, fra i due mai corse grande simpatia, anzi Vittorio Emanuele più volte ne limitò le azioni, arrivando persino a mandargli in fumo svariati progetti politici, alcuni dei quali anche di notevole portata. Deciso a manifestare il problema dell'Italia agli occhi dell'Europa, Cavour vide nella guerra russo-turca scoppiata nel giugno 1853 un'irripetibile opportunità: contro Nicola I di Russia, che aveva occupato la Valacchia e la Moldavia, allora terre turche, si mossero il Regno Unito e la Francia, in cui Cavour sperava di trovare degli alleati.
Vittorio Emanuele II sembrava favorevole ad un conflitto, se così s'espresse all'ambasciatore francese:
« Se noi fossimo battuti in Crimea, non avremmo altro da fare che ritirarci, ma se saremo vincitori, benissimo! questo varrà per i Lombardi assai meglio di tutti gli articoli che i ministri vogliono aggiungere al trattato se essi non vorranno marciare, io sceglierò altri che marceranno...»
Ottenuta l'approvazione di Vittorio Emanuele, Cavour iniziò le trattative con i paesi belligeranti, che andarono per le lunghe per i contrasti tra i ministri. Infine, il 7 gennaio 1855, i governi francesi ed inglesi imposero un ultimatum al Piemonte: entro due giorni approvare o no l'entrata in guerra. Vittorio Emanuele, letto il messaggio, meditò di approvare il piano che aveva da tempo: sciogliere nuovamente le camere e imporre un governo favorevole alla guerra. Non ne ebbe il tempo: Cavour convocò la notte stessa il Consiglio dei ministri e, alle nove di mattina del giorno dopo, dopo una nottata che comportò la dimissione del Dabormida, con soddisfazione poté affermare la partecipazione della Sardegna alla Guerra di Crimea. Fu Alfonso La Marmora a capitanare la spedizione che, da Genova, salpò verso l'Oriente: i Piemontesi inviavano un contingente di 15.000 uomini. Costretto a rimanere relegato nelle retrovie sotto il comando britannico, La Marmora riuscì a far valere le sue ragioni capitanando egli stesso le truppe nella battaglia della Cernaia, che risultò un trionfo. L'eco della vittoria riabilitò l'esercito sardo, fornendo a Vittorio Emanuele II l'opportunità di un viaggio a Londra e a Parigi per sensibilizzare i regnanti locali alla questione piemontese. In particolare, premeva al Re di parlare con Napoleone III, che sembrava avere maggiori interessi rispetto ai britannici sulla Penisola. Nell'ottobre 1855 iniziarono a circolare voci di pace, che la Russia sottoscrisse a Parigi (Congresso di Parigi). Il Piemonte, che aveva posto come condizione della sua partecipazione alla guerra una seduta straordinaria per trattare i temi dell'Italia, per voce di Cavour condannò il governo assolutistico di Ferdinando II di Napoli prevedendo gravi disordini se nessuno avesse risolto un problema ormai diffuso in quasi tutta la Penisola: l'oppressione sotto un governo straniero. Ciò non piacque al governo austriaco, che si sentiva chiamato in causa, e Karl Buol, ministro degli esteri per Francesco Giuseppe d'Austria, s'espresse in questi termini:
« L'Austria non può ammettere il diritto che il Conte di Cavour ha attribuito alla corte di Sardegna di alzare la voce a nome dell'Italia.»
In ogni caso, la partecipazione della Sardegna ai trattati di Parigi suscitò ovunque grande gioia. Screzi avvennero tra Torino e Vienna in seguito ad articoli propagandistici anti-sabaudi e anti-asburgici, mentre tra Buol e Cavour si chiedevano scuse ufficiali: alla fine, il 16 marzo, Buol ordinò ai suoi diplomatici di lasciare la capitale sarda, cosa che anche Cavour replicò il 23 marzo stesso. I rapporti diplomatici erano ormai rotti. n un clima internazionale così teso, l'italiano Felice Orsini attentò alla vita di Napoleone III facendo esplodere tre bombe contro la carrozza imperiale, che rimase illesa, provocando otto morti e centinaia di feriti. Nonostante le aspettative dell'Austria, che sperava nell'avvicinamento di Napoleone III alla sua politica reazionaria, l'Imperatore francese venne convinto abilmente da Cavour che la situazione italiana era giunta ad un punto critico e necessitava di un intervento sabaudo.
Fu così che si gettarono le basi per un'alleanza sardo-francese, nonostante le avversità di alcuni ministri di Parigi, specialmente di Alessandro Walewski. Grazie anche all'intercessione di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione e di Costantino Nigra, entrambi istruiti adeguatamente da Cavour, i rapporti tra Napoleone e Vittorio Emanuele divennero sempre più prossimi. Nel luglio del 1858, con il pretesto di una vacanza in Svizzera, Cavour si diresse a Plombières, in Francia, dove incontrò segretamente Napoleone III. Gli accordi verbali che ne seguirono e la loro ufficializzazione nell'alleanza sardo-francese del gennaio 1859, prevedevano la cessione alla Francia della Savoia e di Nizza in cambio dell'aiuto militare francese, cosa che sarebbe avvenuta solo in caso di attacco austriaco. Napoleone concedeva la creazione di un Regno dell'Alta Italia, mentre voleva sotto la sua influenza l'Italia centrale e meridionale. A Plombières Cavour e Napoleone decisero anche il matrimonio tra il cugino di quest'ultimo, Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte e Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele. La notizia dell'incontro di Plombières trapelò nonostante tutte le precauzioni. Napoleone III non contribuì a mantenere il segreto delle sue intenzioni, se esordì con questa frase all'ambasciatore austriaco:
« Sono spiacente che i nostri rapporti non siano più buoni come nel passato; tuttavia, vi prego di comunicare all'Imperatore che i miei personali sentimenti nei suoi confronti non sono mutati.»
Dieci giorni dopo, il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II si rivolse al parlamento sardo con la celebre frase del «grido di dolore», il cui testo originale è conservato nel castello di Sommariva Perno.
«Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi! »
In Piemonte, immediatamente, accorsero i volontari, convinti che la guerra fosse imminente, e il Re iniziò ad ammassare le truppe sul confine lombardo, presso il Ticino. Ai primi di maggio 1859, Torino poteva disporre sotto le armi di 63.000 uomini. Vittorio Emanuele prese il comando dell'esercito e lasciò il controllo della cittadella di Torino al cugino Eugenio di Savoia-Carignano. Preoccupata dal riarmo sabaudo, l'Austria pose un ultimatum a Vittorio Emanuele II, su richiesta anche dei governi di Londra e Pietroburgo, che venne immediatamente respinto. Così giudicò, sembra, Massimo d'Azeglio, la notizia dell'ultimatum asburgico:
«l'Ultimatum è uno di quei terni al lotto che accadono una volta in un secolo[senza fonte»
Era la guerra. Francesco Giuseppe ordinò di varcare il Ticino e di puntare sulla capitale piemontese, prima che i francesi potessero accorrere in soccorso
Ritiratisi gli austriaci da Chivasso, i franco-piemontesi sbaragliarono il corpo d'armata nemico presso Palestro e Magenta, arrivando a Milano l'8 giugno 1859. I Cacciatori delle Alpi, capitanati da Giuseppe Garibaldi, rapidamente occuparono Como, Bergamo, Varese e Brescia: soltanto 3.500 uomini, male armati, che ormai stavano marciando verso il Trentino. Ormai le forze asburgiche si ritiravano da tutta la Lombardia.
Decisive le battaglie tra Solferino e San Martino: sembra che, poco prima dello scontro presso San Martino, Vittorio Emanuele II così parlò alle truppe, in piemontese:
(Pms)
« Fieuj, o i pioma San Martin o j'àuti an fan fé San Martin a noi! » (IT)
« Ragazzi, o prendiamo San Martino o gli altri fanno fare San Martino a noi! »
("far San Martino" in piemontese vuol dire "traslocare", "sloggiare").
Moti insurrezionali scoppiarono allora un po' ovunque in Italia: Massa, Carrara, Modena, Reggio, Parma, Piacenza. Leopoldo II di Toscana, impaurito dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, decise di fuggire verso il Nord Italia, nel campo dell'imperatore Francesco Giuseppe. Napoleone III, osservando una situazione che non seguiva i piani di Plombières e iniziando a dubitare che il suo alleato volesse fermarsi alla conquista dell'Alta Italia, dal 5 luglio iniziò a stipulare l'armistizio con l'Austria, che Vittorio Emanuele II dovette sottoscrivere, mentre i plebisciti in Emilia, Romagna e Toscana confermavano l'annessione al Piemonte: il 1º ottobre papa Pio IX ruppe i rapporti diplomatici con Vittorio Emanuele.
L'edificio che si era venuto a creare si trovò in difficoltà in occasione della pace di Zurigo firmata dal Regno di Sardegna solo il 10/11 novembre 1859, che, invece rimaneva fedele all'opposto principio del ritorno dei sovrani spodestati e alla costruzione di una federazione, con a capo il Papa, e che avrebbe compreso anche il Veneto austriaco, con tanto di esercito federale. Ciò nonostante di lì a pochi mesi si venivano a creare le opportunità per l'unificazione intera della Penisola. Alla volontà di Garibaldi di partire con dei volontari alla volta della Sicilia, il governo pareva molto scettico, per non dire ostile. C'erano, è vero, segni di amicizia tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, che si stimavano a vicenda, ma Cavour in primo luogo considerava la spedizione siciliana come un'azione avventata e dannosa per la sopravvivenza stessa dello stato sardo.
Sembra che Garibaldi abbia più volte ribadito, per far acconsentire alla spedizione, che:
«In caso si faccia l'azione, sovvenitevi che il programma è: Italia e Vittorio Emanuele»
Nonostante l'appoggio del Re, ebbe la meglio Cavour, che privò in questo modo la campagna garibaldina dei mezzi necessari. Che il Re abbia, infine, approvato la spedizione, non si può sapere. Certo è che Garibaldi trovò a Talamone, quindi ancora nel Regno di Sardegna, i rifornimenti di cartucce. Dura fu la protesta diplomatica: Cavour e il Re dovettero assicurare all'Ambasciatore prussiano di non essere al corrente delle idee di Garibaldi. Giunto in Sicilia, Garibaldi assicurava l'isola, dopo aver sconfitto il malridotto esercito borbonico, a «Vittorio Emanuele Re d'Italia». Già in quelle parole si prefigurava il disegno del Nizzardo, che non si sarebbe certo fermato al solo Regno delle Due Sicilie, ma avrebbe marciato su Roma. Tale prospettiva cozzava contro i progetti piemontesi, che adesso vedevano incombere il pericolo repubblicano e rivoluzionario e, soprattutto, temevano l'intervento di Napoleone III nel Lazio. Vittorio Emanuele, alla testa delle truppe piemontesi, invase lo Stato Pontificio, sconfiggendone l'esercito nella Battaglia di Castelfidardo. Napoleone III non poteva tollerare l'invasione delle terre papali, e più volte aveva cercato di dissuadere Vittorio Emanuele II dall'invasione delle Marche, comunicandogli, il 9 settembre, che:
«Se davvero le truppe di V.M. entrano negli stati del Santo Padre, sarò costretto ad oppormi. Farini mi aveva spiegato ben diversamente la politica di V.M.»
L'incontro con Garibaldi, passato alla storia come "incontro di Teano" avvenne il 26 ottobre 1860: veniva riconosciuta la sovranità di Vittorio Emanuele II su tutti i territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Viva Verdi. Questo era stato lo slogan delle insurrezioni anti-austriache nel nord Italia. Ma i patrioti non volevano solo esaltare la figura di un grande musicista, quanto propagandare l'Unità nazionale sotto 'Vittorio Emanuele Re 'D'I'talia (Viva V.E.R.D.I. = Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia). E, con l'entrata di Vittorio Emanuele a Napoli, sembrava ormai che la proclamazione del Regno fosse imminente, appena Francesco II avesse capitolato con la fortezza di Gaeta.
Fatto rinnovare il parlamento da Cavour, la prima seduta che comprendeva deputati di tutte le regioni annesse (tramite plebiscito), avvenne il 18 febbraio 1861. Il 17 marzo il parlamento proclamò la nascita del Regno d'Italia, stipulata dall'articolo:
«Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia »
La formula venne però aspramente contestata dalla sinistra, che avrebbe preferito vincolare tale il titolo regio al popolo. Così, infatti, il deputato Brofferio propose di cambiare l'articolo:
«Vittorio Emanuele è proclamato dal popolo re d'Italia»
eliminando, quindi, il numerale II in favore del titolo "Vittorio Emanuele I d'Italia". La proposta non venne approvata, a sottolineare il carattere di estensione del dominio del Regno di Sardegna sul resto dell'Italia, piuttosto che la nascita di un nuovo stato. Quando, nel 1874, Vittorio Emanuele decise di celebrare il proprio giubileo (venticinquesimo dall'incoronazione), egli si attirò le critiche di chi non mancò di osservare come Giacomo VI di Scozia avesse deciso di intitolarsi Giacomo I d'Inghilterra divenendone il sovrano e lo stesso avesse fatto Enrico III di Navarra divenuto Enrico IV di Francia. All'unità d'Italia mancavano ancora importanti tasselli, tra cui il Veneto, il Trentino, il Friuli, il Lazio, l'Istria e Trieste. Il progetto era quello di porre la sede reale a Roma, ma questo avrebbe significato, per Torino, la perdita di un primato in auge da trecento anni. Tra il 21 e il 22 settembre 1864 scoppiarono sanguinosi tumulti per le vie della città, che ebbero come risultato una trentina di morti e oltre duecento feriti, appena si seppe della decisione di trasferire la capitale a Firenze. Vittorio Emanuele avrebbe voluto preparare la cittadinanza alla notizia, al fine di evitare scontri, ma la notizia in qualche modo era trapelata. Il malcontento era generale, e così descrisse la situazione Olindo Guerrini:
«Oh, i presagi tristi per l'avvenire di Torino che si facevano al tempo del trasporto della capitale! E li facevano i Torinesi stessi, che per un momento perdettero la fiducia in sé medesimi.»
In seguito a nuovi fatti di cronaca, che comportarono il ferimento di alcuni delegati stranieri e violente sassaiole, Vittorio Emanuele II mise la città davanti al fatto compiuto facendo pubblicare sulla Gazzetta questo annuncio:
«Questa mattina, alle ore 8.00, S.M. il Re è partito da Torino per Firenze, accompagnato da S.E. il presidente del Consiglio dei Ministri»
Vittorio Emanuele riceveva così gli onori dei Fiorentini, mentre oltre 30.000 funzionari di corte si trasferirono in città. La popolazione, abituata al modesto numero dei ministri granducali, si trovò spiazzata di fronte all'amministrazione del nuovo regno, che intanto aveva siglato l'alleanza con la Prussia contro l'Austria.
Il 21 giugno 1866 Vittorio Emanuele lasciava Palazzo Pitti diretto al fronte, per conquistare il Veneto. Sconfitto a Lissa e a Custoza, il Regno d'Italia ottenne comunque Venezia in seguito ai trattati di pace succeduti alla vittoria prussiana. Roma rimaneva l'ultimo territorio ancora non inglobato dal nuovo regno: Napoleone III manteneva l'impegno di difendere lo Stato Pontificio e le sue truppe erano stanziate nei territori pontifici. Vittorio Emanuele stesso non voleva prendere una decisione ufficiale: attaccare o no. Urbano Rattazzi, che era divenuto primo ministro, sperava in una sollevazione degli stessi Romani, cosa che non avvenne. La sconfitta riportata nella Battaglia di Mentana aveva gettato poi numerosi dubbi sull'effettiva riuscita dell'impresa, che poté avvenire solo con la caduta, nel 1870, di Napoleone III. L'8 settembre fallì l'ultimo tentativo di ottenere Roma con mezzi pacifici, e il 20 settembre il generale Cadorna aprì una breccia nelle mura romane. Vittorio Emanuele ebbe a dire:
«Con Roma capitale ho sciolto la mia promessa e coronato l'impresa che ventitré anni or sono veniva iniziata dal mio magnanimo genitore.» A fine dicembre dell'anno 1877 Vittorio Emanuele II, amante della caccia ma delicato di polmoni, passò una notte all'addiaccio presso il lago nella sua tenuta di caccia laziale. L'umidità di quell'ambiente gli risultò fatale. Infatti la sera del 5 gennaio 1878, dopo aver inviato un telegramma alla famiglia di Alfonso La Marmora, da poco scomparso, Vittorio Emanuele II avvertì i forti brividi della febbre.
Il 7 gennaio venne divulgata la notizia che il Re aveva i giorni contati. Il 9 gennaio alle 14:30 il Re morì dopo 28 anni e 9 mesi di regno, assistito dai figli ma non da Rosa Vercellana (a cui fu impedito di recarsi al capezzale dai ministri del Regno). Papa Pio IX, quando seppe della ormai imminente scomparsa del sovrano, volle inviare al Quirinale monsignor Marinelli, incaricato forse di ricevere una ritrattazione del re e di accordare al Re morente i sacramenti, ma il prelato non fu ricevuto. Il re ricevette gli ultimi sacramenti dalle mani del suo cappellano, monsignor d'Anzino, poiché si temeva che dietro la generosità di Pio IX si nascondessero degli scopi segreti.
Vittorio Emanuele II aveva espresso il desiderio che il suo feretro fosse tumulato in Piemonte, nella Basilica di Superga, ma Umberto I, accondiscendendo alle richieste del Comune di Roma, approvò che la salma rimanesse in città, nel Pantheon nella seconda cappella a destra di chi entra, adiacente cioè a quella con l'Annunciazione di Melozzo da Forlì. La sua tomba divenne la meta di pellegrinaggi di centinaia di migliaia di italiani, provenienti da tutte le regioni del Regno, per rendere omaggio al Gran Re che aveva unificato l'Italia dopo quasi mille anni di divisioni e discordie. Stendendo il proclama alla nazione, Umberto I (che adottò il numerale I invece del IV, che avrebbe dovuto mantenere secondo la numerazione sabauda), così si espresse:
«Il vostro primo Re è morto; il suo successore vi proverà che le Istituzioni non muoiono!»
Però, quando gli eccitati ministri Lanza e Sella gli presentarono il risultato del plebiscito di Roma e Lazio, il Re rispose a Sella in piemontese:
"Ch'a staga ciuto; am resta nen àut che tireme 'n colp ëd revòlver; për lòn ch'am resta da vive a-i sarà nen da pijé." (Stia zitto; non mi resta altro che tirarmi un colpo di pistola; per il resto della mia vita non ci sarà niente più da prendere.). Con Roma capitale si chiudeva la pagina del Risorgimento, anche se mancavano ancora le cosiddette "terre irredente". Tra i vari problemi che bisognò affrontare, dall'analfabetismo al brigantaggio, dall'industrializzazione al diritto di voto, vi fu la "questione romana". Nonostante fossero stati riconosciuti al Pontefice speciali immunità, gli onori di Capo di Stato, una rendita annua e il controllo sul Vaticano e su Castel Gandolfo, Pio IX rifiutava di riconoscere lo stato italiano e impediva ai cattolici di partecipare alla vita civile del regno. Inoltre il Papa inflisse la scomunica a Casa Savoia, vale a dire sia a Vittorio Emanuele II sia ai suoi successori, e insieme con loro a chiunque partecipasse alla politica italiana. La scomunica venne ritirata solo in punto di morte del Sovrano.
Per celebrare il «Padre della Patria», il Comune di Roma bandì un progetto, dal 1880, su volontà di Umberto I di Savoia. Ciò che venne costruito fu una delle più ardite opere architettoniche d'Italia nell'Ottocento: per erigerlo, venne distrutta una parte della città, ancora medioevale, e venne abbattuta anche la torre di papa Paolo III. L'edificio doveva ricordare il tempio di Atena Nike, ad Atene, ma le forme architettoniche ardite e complesse fecero sorgere dubbi sulla buona riuscita dell'opera. Oggi, al suo interno, è presente la tomba del Milite Ignoto. Progettata da Giuseppe Mengoni (che vi morì), la Galleria Vittorio Emanuele II collega la Piazza della Scala al Duomo di Milano, e venne realizzata mentre il Re era ancora in vita, a partire dal 1865. Il progetto iniziale intendeva emulare le grandi opere di architettura erette in quegli anni in Europa, creando una galleria borghese nel cuore della città.
Il Re non amava la vita di corte preferendo dedicarsi alla caccia e al gioco del biliardo che ai salotti mondani. Per la propria amante, e poi moglie, Rosa Vercellana, acquistò i terreni ora noti come Parco regionale La Mandria e vi fece realizzare la residenza nota come Appartamenti Reali di Borgo Castello. Per i figli avuti da lei, Vittoria e Emanuele di Mirafiori costruì all'interno della Mandria le cascine per l'allevamento dei cavalli "Vittoria" ed "Emanuella", quest'ultima ora nota come Cascina Rubbianetta.

Umberto I Re d'Italia

Home Page | La città | Regno d'Italia | Repubblica Italiana | Classificazioni | Siti di Numismatica | Contatti | Sitemap | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu